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| A FOGGIA MANCA LA “NET ECONOMY” |
| martedì 18 marzo 2008 | |
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La Confindustria foggiana fa fatica ad interpretare il cambiamento. E non parla il “linguaggio” dei giovani Fonte: Alfonso Masselli per Culttime.it
Esiste da anni una “nuova” forma di economia, che prende il nome di “net economy”. È l’economia della tecnologia avanzata. La sua crescita tumultuosa ha determinato mutamenti altrettanto radicali. Ha fatto germogliare un po’ ovunque una nuova classe di imprenditori ed una nuova categoria di lavoratori. Quelli della “net generation”. Un mondo di professioni, competenze e genialità fino ad un decennio fa pressoché sconosciuto. Quando si parla di “Internet”, a molti sembra - ancora oggi - una cosa da ragazzini. Non tutti sanno che il “cyberspazio” può produrre una valanga di miliardi di Euro. E creare tanta occupazione. Torino è stata la prima città italiana ad aver intuito tutto questo. Già agli inizi del nuovo millennio, questa nuova forma di economia produceva - nella città dell’automobile - un fatturato di oltre 6 mila miliardi di vecchie Lire e dava lavoro a circa 65 mila persone (prevalentemente giovani). Oggi Torino è la capitale indiscussa della “net economy” italiana. È, tra l’altro, uno dei principali centri di eccellenza dell’americana “Motorola Inc.” per la Region “EMEA” (Europa, Medio Oriente e Africa), dedicati allo sviluppo di attività focalizzate alla progettazione di hardware per i telefoni cellulari, software per tutti i settori in cui opera la “Motorola”, di nuove tecnologie e di test di interoperabilità. Il “Web” e la “new economy” esercitano un potere di attrazione fortissimo sull’imprenditoria giovane. E generano ogni giorno nuovi professionisti: analisti, programmatori, softwaristi, internet product designer, field service specialist. Come pure per Stefania Grossi, ex dipendente della Olivetti. Con gli spiccioli della liquidazione, fondò la “Estesa”, un’azienda di software e servizi informatici. All’inizio erano in due (lei ed un socio). In breve tempo, la sua azienda diede lavoro a circa un centinaio di dipendenti ed a decine di collaboratori esterni. L’idea nacque, quasi per caso, in un lussuoso locale della capitale sabauda. “Una sera - racconta Segre - nel corso di un incontro culturale al Caffè San Carlo di Torino, chiesi ad un ingegnere con la passione per gli scacchi se fosse possibile elaborare un progetto per collegare alla borsa italiana telematica anche i computer privati. Si entusiasmò. Si licenziò dall’azienda dove lavorava. Fondammo insieme Directa. Il nostro primo ordine fu nel novembre del 1995. Partimmo con tre clienti”. Oggi “Directa” conta migliaia di clienti in tutto il mondo. E cosa succede a Foggia? Qui l’economia della tecnologia avanzata non si è affatto sviluppata. Per la realizzazione di un software personalizzato, molte aziende locali sono costrette a rivolgersi a società che operano fuori provincia, dove - paradossalmente - lavorano non pochi giovani foggiani. Il resto dovrebbero farlo le banche, tanto erogando il credito in base ad una consapevole e condivisa valutazione dei progetti più innovativi e non solo delle garanzie offerte quanto fornendo altri servizi specializzati (alla maniera - per intenderci - delle “main banks” giapponesi che, oltre alla concessione di linee di credito, intervengono direttamente nella vita dell’impresa, di cui detengono quote di partecipazione, sia selezionandone il “management” sia offrendo vari servizi specialistici, anche di tipo consulenziale). |
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Foggia e la sua provincia sono da tempo in crisi. E lo saranno sempre di più. Di chi è la responsabilità, poco importa. Bisogna guardare avanti. E cercare di uscire dal “ritardo” in cui ci hanno cacciato. La politica può (e deve) fare molto. Ma non tutto. Ognuno deve fare la sua parte. A cominciare dalla Confindustria locale. Il mondo è cambiato. E Foggia (purtroppo) non è in linea con il cambiamento...
