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GLI ISP? PAGHINO LORO PER IL PEER-TO-PEER
mercoledì 26 marzo 2008

E in Europa c’è la direttiva europea sulle comunicazioni elettroniche
Fonte Serena Patierno per Visionpost.it

 

ImageArriva come un ciclone l'idea di imporre agli Isp una tassa che "risarcisca" major musicali e artisti per l'uso del peer-to-peer. Mentre gli utenti storcono il naso annusando il sospetto di esser loro, alla fine, a pagare, c'è chi vorrebbe trasformare i provider in organi di controllo. Qualcuno deve pagare. Probabilmente questo concetto è diventato il tormentone di tutte le aziende che orbitano attorno al mondo della musica. A forza di perseverare nel tentativo di trovare la soluzione per i danni ai bilanci inferti dalla "micidiale arma" del peer-to-peer...

forse qualcosa di meno idealistico e più pratico è stato scovato. La proposta è semplice: preso atto che i costosissimi e sgradevoli mezzi antipirateria - dalle martellanti campagne educative ai sistemi Drm che puntualmente sono espugnati dagli utenti esperti - non funzionano, si vuole imporre agli Internet service provider una tassa.
L'obiettivo è duplice: da una parte dà il via libera alla condivisione di qualsiasi file e dall'altra rappresenta lo stipendio delle major musicali e degli artisti.

 

L'ha pensato, negli Usa, l'esperto di strategie digitali Jim Griffin. Devono essere i provider a sborsare 5 dollari al mese per utente, almeno per quelli che comprano banda sufficiente a scaricare file. “È come monetizzare l'anarchia”, ha risposto Peter Jenner, a capo dell'Immf (International Music Manager's Forum), entusiasta all'idea.
I fondi raccolti, spiega Wired, saranno poi divisi fra tutti gli attori del settore musicale digitale e arriveranno agli artisti in proporzione alla loro popolarità all'interno della rete P2P. In questo modo, così la pensano i sostenitori della proposta, si prende atto dell'impossibilità evidente di impedire la pratica del download e allo stesso tempo si media intelligentemente fra le esigenze di chi sta dietro al pc e quelle di chi vuole guadagnare.

 

Del resto le cifre parlano chiaro, il modello che ci si ostina a portare avanti si è rotto ed è inutile perseverare con il proibizionisimo o con l'immobilismo: le vendite musicali nel 1999 hanno fruttato 15 miliardi di dollari. Nel 2006 solo 11,5. Ma i provider resisteranno alla tentazione di scaricare il costo sui consumatori?
C'è però chi persevera nella lotta all'ultimo sangue contro il download incontrollato. A gennaio, al Midem (Music industry trade show) Paul McGuinness ha insistito sulla responsabilità degli Isp rispetto al comportamento dei clienti. Idea a dir poco controversa in quanto comporta il dovere di monitorare le azioni degli utenti, di bloccarli e di portarli al palo grazie alla collaborazione dei provider - che però non sono affatto entusiasti.

 

In Irlanda gli Isp sono stati trascinati in tribunale perché si rifiutano di bloccare la banda ai propri clienti: si difendono spiegando che non possono spiare gli utenti. Intanto si attende anche l'evolversi di un'analoga proposta di legge francese.
In Italia invece il Garante della privacy commenta così la notizia: “Le società private non possono svolgere attività di monitoraggio sistematico per individuare gli utenti che si scambiano file musicali o giochi su internet. La direttiva europea sulle comunicazioni elettroniche vieta ai privati di poter effettuare monitoraggi, ossia trattamenti di dati massivi, capillari e prolungati nei riguardi di un numero elevato di soggetti”. Enzo Mazza, presidente della Fimi, in replica paventa l'aumento dei contenziosi legali. Come se ce ne fosse ancora bisogno.

 
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